La Braghy guida definitiva a Salina

Gabriella mi aveva avvertito: “Se vieni una volta a Salina, ci vorrai tornare”.

E, infatti, ci sono tornata. Con la mia macchina fotografica, con occhi curiosi e con la voglia di portarmi a casa ricordi che anche la miglior guida turistica non suggerisce.

Salina è incredibile, perché pur essendo un’isola (e che isola! E di quale arcipelago!), non è solo mare.

Il mare è splendido, sia chiaro: è il mare cristallino delle Eolie, fondali scuri e spiagge rocciose o a ciotoli, solo raramente di sabbia (la spiaggetta di sabbia nera di Rinella, a ridosso del villaggio colorato di pescatori, rimane per me un capolavoro di posto fuori dal tempo).

Ma Salina, ad esempio, è anche montagna. Il profilo inconfondibile dell’isola è dato dalle due vette, Monte Fossa delle Felci (962 mt s.l.m, la cima più alta delle Eolie) e Monte dei Porri (860 mt s.l.m.): i cosiddetti “gemelli” (da cui “Didyme”, nome greco dell’isola) sono due dei sei vulcani che hanno originariamente formato Salina, e dalla loro cima il panorama su tutto l’arcipelago compensa ogni sforzo fisico per la salita.

Salina è il lusso della semplicità: una casetta nel quartiere sgarrupato di Scalo Galera, una sola stanza con balconcino sul porticciolo, davanti a me Stromboli e Panarea. Addormentarmi col rumore delle onde, essere svegliata dalla luce dell’alba su Panarea. Passare le prime ore del mattino sul balcone in dormiveglia, assistere ai pescatori che preparano le nasse ed escono. La bellezza disarmante dei gesti semplici e autentici.

Salina è il valore delle persone che la animano: porterò sempre nel cuore gli occhi vivi di Elettra, che a Salina gestisce una galleria d’arte deliziosa con tutta l’energia fresca di una ragazza giovane e piena di entusiasmo, e generosa nel voler condividere il suo mondo bianco con me. “Vieni, ti porto su a vedere la residenza d’artista”, mi ha detto quella sera dopo che le ho chiesto informazioni su alcune foto esposte. Due piani di scale strette e ripide, lei davanti a fare strada, e sono finita sulla terrazza più bianca mai vista, un letto sgarrupato ad arte, vista mozzafiato, e una luce disarmante. “Torna quando vuoi, per te la terrazza è sempre aperta”. E un pezzo di terrazza me lo sono portata nel cuore fino a Milano.

Salina è quel pomeriggio con Pippo Cafarella, che ci ha aperto la casa della poesia a Pollara: le parole leggere sotto il porticato, un silenzio rotto solo dal suono delle cicale, quel rosa/arancio/scrostato e Filicudi davanti a noi, ricordi de Il Postino e racconti di vita isolana.

Salina è il calore dei ragazzi del Ravesi, che mi hanno accolto in famiglia da subito. Una colazione davanti alla piscina a filo, che sembra che lo Stromboli ci si tuffi dentro, un pranzo con quel pane cunzato che sognerò per mesi, un concerto al tramonto, e loro sempre sorridenti, sempre affettuosi, quell’ospitalità siciliana che avvolge il cuore.

Salina è l’aliscafo per Stromboli, a scalare il vulcano di sera, a trovare gli amici il giorno dopo. É l’aliscafo per Filicudi, la passeggiata lungo la mulattiera fino a Pecorini a Mare, la cromoterapia, il pranzo da La Sirena e lo shopping da Isole e Vulcani. Non smettere di fotografare ogni muro, ogni porta, ogni dettaglio colorato, rifugio per le giornate più malinconiche a vacanza finita.

Salina è poesia. La poesia delle case con l’intonaco consumato dalla salsedine, delle porte in legno sgarrupate, delle piante grasse lasciate fuori dall’uscio a dare il benvenuto agli ospiti. La poesia della semplicità disarmante di Rinella, del tramonto a Pra Venezia con quell’anfiteatro sul mare. La poesia di una cena in terrazza sotto un manto di stelle, alla Locanda del Postino, con la luna che sbuca dal Monte dei Porri e illumina a giorno.

La poesia che riesci a cogliere se dalla tua vacanza vuoi tornare a casa arricchito, non solo abbronzato.

 

Il mio reportage completo su Instagram, qui.

La mia guida da scaricare, qui.

Il mio articolo su Grazia, qui.

Il miglior libro per entrare nel vero mood Eolie: “Il mare di pietra” di Francesco Longo.

 

Ancora, la nostra casa parla la stessa lingua,
con la forma del vento.
Senti?

(Lettera di Pippo Cafarella a Massimo Troisi)

2 Comments

  • Rispondi agosto 24, 2016

    Marghe

    E se usi l’aggettivo ‘sgarrupata’ -tipicamente del Sud- per definire qualcosa che è rovinato ma ugualmente fascinoso, allora il Sud ti è davvero entrato nel cuore.
    Elena, racconto, guida e foto bellissime…come sempre.

    • Rispondi agosto 25, 2016

      Elena Braghieri

      E’ un’isola che resta nel cuore <3 facile saperla trasmettere, poi!

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