Un anno con Depop: cosa ho imparato.

“Vendilo su Depop!” mi diceva sempre la Dany quando dovevo eliminare dall’armadio un capo che non mettevo più. Pigrizia assoluta mista a fottutissima generosità, finiva sempre che regalavo pezzi di guardaroba alle amiche.

Poi mi è capitata in mano quella MiuMiu, ricordo poco piacevole di un rapporto finito male. “Se vuoi te la vendo io”, aveva insistito Dany.

Il tempo di fare due foto alla borsa, mandarle alla Dany e in un’ora avevo venduto la mia Coffer. A, tipo, 500 euro. No, dico, 500 euro. E cosa avevo guadagnato? Avevo guadagnato circa 440 euro (al netto delle commissioni), e in più avevo guadagnato dello spazio nel guardaroba (liberando pure una certa energia negativa che la visione della borsa ogni volta mi dava).

Forte di questo successo con utenze altrui, a dicembre 2015 ho aperto il mio account. Non esagero: è diventata una dipendenza. Ricordo che non vedevo l’ora di tornare a casa per fotografare camicie dismesse, giacche, scarpe che non mettevo più da tre stagioni.

In casa avevo pure piantato un chiodo nella parete dedicato alle foto per Depop: ci appendevo in modo seriale tutti gli abiti da fotografare.

E più vendevo cose, e più ero invogliata a pubblicarne altre.

Cosa ho imparato in un anno di Depop:

  1. Vendere è terapeutico. Perché ci si libera di roba vecchia per far spazio a roba nuova. E se ci sono riuscita io, che ero notoriamente una accumulatrice seriale con forte resistenza a separarsi dalle cose, ci possono riuscire tutti.
  2. Vendere rende felice chi acquista. Che potrebbe essere un’ovvietà, ma va spiegata meglio: in modo inconsapevole tenevo nell’armadio capi o accessori che mi avevano stancato. E magari là fuori c’era gente che quei capi se li sognava e non vedeva l’ora che li mettessi in vendita per accaparrarseli. I tecnici la chiamerebbero una situazione win-win.
  3. Il prezzo lo faccio io, non è un’asta al ribasso. E cerco sempre di stabilire un prezzo sensato, che tenga conto del valore commerciale, dello stato del capo e della sua appetibilità. “Prezzo sensato” significa anche che se avessi voluto regalarlo non l’avrei pubblicato su Depop. Poi, con utenti particolarmente simpatiche, discrete o affezionate, uno sconticino ci sta (saluto caramente Alessia, Sara e Paola)
  4. Se c’è una policy di utilizzo, la policy va rispettata. Lo dico con altre parole: il 10% di commissioni che trattiene Depop è pochissimo, se confrontato con le commissioni di altri competitor o – peggio ancora – con il rincaro di certi negozi di second hand a cui affidate il vostro vecchio guardaroba. Quel 10% è dovuto perché, dal momento in cui pubblichiamo la nostra borsa su Depop, stiamo usando la vetrina virtuale di Depop con tutti i servizi di Depop, a partire dai 5 milioni di utenti che lo usano nel mondo e che, potenzialmente, possono vedere la nostra borsa in vendita.
  5. Non solo l’unico metodo di pagamento consentito dalla policy è quello “in app”, ossia tenendo attivo il tasto “Compra” e sfruttando la tecnologia Paypal. Questo metodo è anche l’unico che ci tutela in caso di truffa. E io, di tentata truffa – modestamente – ne so qualcosa: qualche mese fa il caso del mio anello YSL venduto a una signorina italiana che si fingeva all’estero stava diventando un caso nazionale. Poi ho segnalato il comportamento anomalo al servizio clienti di Depop e magicamente la signorina è stata sgamata, e il mio anello tornato indietro sano e salvo in attesa di una acquirente più onesta. Se non avessi utilizzato il pagamento “in app” avrei perso i soldi e l’anello.
  6. Se vendo un mio capo su Depop, è perché lo considero ancora in buono stato (se non buonissimo: ho una attenzione maniacale per la cura delle mie cose). Gli stracci non li vendo, non ho intenzione di imbrogliare nessuno, anzi: voglio che chi riceve l’acquisto resti ancora più contento di quanto si aspettasse. Sarà anche per questo che ci metto cura anche nella confezione (qualcuno lo chiama personal branding)
  7. Chiedere è lecito, rispondere è cortesia: ma non esageriamo. Nelle descrizioni dei miei capi in vendita cerco sempre di essere esaustiva, fornendo dettagli di vestibilità e/o segni particolari. Ben vengano domande prima dell’acquisto, al patto che non diventino morbose. Sono molto sincera: se la conversazione da richiesta di chiarimento si trasforma in accanimento terapeutico, taglio corto.
  8. Il feedback non è obbligatorio, ma è gradito. Se quando ricevete il mio capo me lo fate sapere senza che debba sollecitarvi, ve ne sono grata. Ci tengo parecchio al lieto fine. Se poi il feedback lo riportate anche nella app, fate una cortesia non solo a me, ma anche agli altri acquirenti che si informeranno sulla mia serietà.
  9. Depop regala belle sorprese. Paola, ad esempio, mia acquirente affezionata, mi manda feedback intermedi attraverso cartoline dal mondo. Inaspettato e davvero dolce. Cinzia, quando è venuta a ritirare a mano il suo acquisto, mi ha confessato che sono più bella dal vivo e che in questi anni le ho regalato tanti attimi di bellezza su Instagram (le parole belle non sono mai abbastanza, soprattutto se inattese).
  10. Depop è una malattia contagiosa. Lo sanno Lucia e Chiara, che ho contagiato solo di recente. Spero sia solo l’inizio di una felice epidemia!

E ora scusate, ma ho dei capispalla da fotografare per Depop: il chiodo alla parete mi aspetta!

 

Disclaimer: questo post non è sponsorizzato. 

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