I social, o l’arte di non condividere

Devo essermi distratta un attimo. Forse ero in mezzo al mare della Sicilia, forse nell’unico punto dell’Alta Badia dove non prende il cellulare. Me lo sono persa, quel momento in cui il Gran Dio dello Storytelling ha detto: se vuoi fare il bravo influencer, fai vedere tutto.

Il tempo di riconnettermi, e il disastro era fatto. La telecronaca, minuto per minuto, della vita degli influencer era servita, in diretta su Facebook, con un takeover su Instagram e un live nelle stories. Ad un certo punto non c’erano più buchi, nella vita degli influencer: una sorta di Grande Fratello dove l’unica cosa che si poteva vincere era qualche punto di engagement.

Mi considero un’utente piuttosto evoluta. Avendo anch’io, nel mio piccolo, lo stesso ruolo, conosco perfettamente i meccanismi che stanno dietro la pubblicazione di un post o di una story, il che rende più difficile il mio coinvolgimento. Ecco, sono un’utente disillusa. E proprio perché ho quel ruolo, mi chiedo spesso: ai miei utenti interessa davvero sapere cosa mangio ogni giorno, dalla colazione alla cena? Interessa davvero sapere che stasera non avevo voglia di andare a fare la spesa e che domani devo svegliarmi all’alba perché ho una riunione? 

In nome di cosa, tutta questa over-exposure?

Per rendere spontanea la narrazione? La spontaneità la misuro in tono di voce e in credibilità (oh, la credibilità, quanto amo questa parola!). 

Per creare engagement? Ci ho messo un po’ a capirlo, ma forse l’ho capito: si crea engagement anche stando lontano dai social, se si è credibili.

Un mio ex fidanzato, qualche anno fa, mi aveva fatto un’avvertenza piuttosto chiara: “io non voglio comparire sui tuoi social”. Non l’avevo presa benissimo, e ci ho messo un po’ di tempo a capirla (forse l’ho capita oltre il tempo limite) ma, santo cielo, quanto aveva ragione. Credevo si vergognasse: solo dopo ho capito che ci stava proteggendo

E lo capisco ancora di più ora, in un momento in cui vengo involontariamente catapultata nei dettagli più intimi di vite altrui che – mannaggia – non vorrei vedere. Nei dettagli più felici e in quelli più tristi, in una sorta di pornografia dei sentimenti che getta tutto in pasto al pubblico osservante (e screenshottante e giudicante).

Fare storytelling non significa far vedere tutto. Io non voglio far vedere tutto.

E, a maggior ragione, non voglio vederlo

Spero di riuscirci.

 

8 Comments

  • Rispondi gennaio 11, 2018

    Simonetta

    E poi detto tra noi… a che pro? A chi serve? A cosa serve?

  • Rispondi gennaio 11, 2018

    Angela Maria

    Condivido pienamente!
    Brava, parole giustissime!

    Baci!

  • Rispondi gennaio 11, 2018

    Angela

    Lo spartiacque è il buongusto e tu ne hai da vendere, per fortuna hai anche deciso di condividerlo

  • Ho letto e ho tirato un sospiro di sollievo, per la serie, allora non sono la sola a pensarla così! Eppure la percezione è che tutto il mondo intorno sia finito nel tritacarne dell’apparire per poter essere…essere chi o che cosa poi?!

  • Rispondi gennaio 11, 2018

    Francesco

    Che boccata d’aria fresca leggere questo post. E’ come cavare fuori a forza la testa da un mare di news e rivedere, per un attimo, il cielo. Pulito, terso, sgombro. Ahhh bene, ci voleva proprio un barlume di speranza, che no, non dev’essere cos’ per forza! 🙂

  • Rispondi gennaio 14, 2018

    Sara

    Cominciavo a preoccuparmi ….ti aspettavo per il solito saluto di natale che mi piace un sacco e …..mi sei mancata!!!!!

  • Rispondi gennaio 20, 2018

    Federica

    Esattamente!!!! Sono contenta di vedere che non sono la sola a pensarla così….iniziavo a pensare di essere strana invece il mio è un semplice rifiuto all’essere fagocitata dai social per vivere la vita vera,la mia. Complimenti Elena!

  • Rispondi febbraio 19, 2018

    donatella

    condivido pienamente. Ti seguo su Instagram e approvo il tuo cambio di rotta degli ultimi tempo. E’ più intimo e più vero.

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